La vicenda è quella di un ragazzo affetto da psicosi allucinatoria che, ricoverato nel reparto psichiatrico di un nosocomio campano, vi trovava la morte per suicidio nonostante i genitori avessero segnalato ai sanitari i suoi precedenti propositi e la necessità di approntare i necessari controlli atti ad evitare la realizzazione degli stessi.
La Corte ha accolto la domanda ricorso sostenendo che in alcun modo i genitori di un malato possano essere indennizzati meno di quelli che abbiano subito la perdita di un figlio sano e ciò in quanto "gravi affezioni e preoccupanti patologie di un figlio intensificano, piuttosto che diminuire, il legame emozionale con il genitore, quasi che l'intensificazione di un sentimento di amore possa in qualche misura compensare la gravità della sintomatologia accusata dal figlio stesso: e la prova presuntiva di tale, intensificata relazione affettiva può legittimamente desumersi, nella specie, proprio dalla quantità e qualità di cure prodigate all'infermo".
Risolta in modo felice una discriminazione che più volte aveva trovato spazio in altri provvedimenti.

